sabato 29 aprile 2017

I miei uomini #16: Jacko

"L'autrice (...) gioca a equilibrare il carisma di protagonisti statuari e potenti,  con i loro punti deboli e i loro momenti di défaillance." - dal blog "Sognando tra le righe"


Care consorelle e confratelli,
nella scheda di presentazione di Pandemonium Road (leggi qui l'intera trama) di Jacko si legge: "è un musicista che vive al nucleo Venti da quando è sbarcato dalle vecchie Americhe. Uno dei transatlantici che recuperano uomini sui continenti più desolati lo ha portato sulla Pandemonium Road con la sua ragazza Aisha, e insieme hanno iniziato una nuova vita. Ma il destino di Jacko è segnato e il contagio lo attende dietro l’angolo del garage. L’organizzazione del Dieci, però, sa benissimo che alcuni infettati possono guarire grazie a un misterioso programma di recupero..." Mi fermo qui, ma non sarà spoiler farvi intuire che in qualche maniera ce la farà, dato che nel romance l'happy end è tassativo. Il punto sarà scoprire come, quando e quali saranno le conseguenze. E non sarà semplice, perché, dato il problema specifico, i paragrafi dal suo punto di vista, a partire dal contagio fino alla piena guarigione, non potranno essere del tutto 'coscienti' e saranno costruiti in maniera bizzarra come discorsi liberi di qualcuno che sta cercando di ritrovare a poco a poco se stesso. E sicuramente sarà un se stesso assai diverso rispetto a quello iniziale, che vi mostro di seguito...
Che la Dea vi benedica

Era sempre eccitante per Jacko guardarsi allo specchio mentre Aisha gli faceva la barba. I dreadlock crescevano selvaggi ma curati per entrambi – per quanto, nonostante i tempi che correvano, ci fosse ancora gente convinta che non si potessero lavare – e per lui era maniacale soprattutto mantenere la sagoma del pizzetto scuro che quasi si confondeva con la pelle caffellatte, leggermente più chiara di quella di Aisha.
Originariamente discendente – per diverse generazioni di deportati – afro, era ultimamente un po’ cubano, un po’ giamaicano, ma aveva nel tempo inglobato anche ascendenze sioux, irlandesi e olandesi, per cui la sua faccia, fra zigomi e labbra, andava dal bianco colorato al nero smussato, e si rivelava un misto di geni che Aisha descriveva in adorazione come “il meglio dell’universo”; cosicché lui cercava di accontentarla mescolando all’r&b tanti elementi vari e variabili quali pop, rock, soul, reggae, metal, ballate, violino, voglia di saltare, eros e malinconia, nell’unica commistione fra generi – in tutti i sensi – razze e colori ormai possibile e credibile sulla Pandemonium Road.
Scrutare la sua donna di sbieco mentre si prendeva cura di lui e osservarla al contempo nella lastra riflettente in quel gesto di estrema intimità e tenerezza lo riempiva di gioia, e il momento che preferiva era quando i mugolii di concentrazione di lei trasformavano a poco a poco quella gioia in qualcosa di più sensuale. Piccola e minuta, Aisha doveva sollevarsi sulla punta dei piedi per seguire al meglio i tratti del suo volto, e quell’instabilità rendeva le sue perdite d’equilibrio più piacevoli che pericolose.
«Sei stupendo, amore» mormorò Aisha. «Ancora non riesco a credere che uno come te abbia scelto proprio me.»
«Sciocchina...» replicò, per l’ennesima volta in sei anni. Sei anni che vivevano insieme in quel nucleo numero Venti da quando erano sbarcati dalle vecchie Americhe. Si erano conosciuti a bordo di uno dei pochi transatlantici che ancora recuperavano uomini sui continenti più desolati, per radunarli sulla Pandemonium Road, e avevano ricominciato in tre quella nuova vita.
Nel Venti non si stava male. L’area era favorevole per clima e risorse, e diversi nuclei erano organizzati a seconda delle varie culture, per favorire l’ambientazione. Lì intorno vivevano perlopiù africani o neri già occidentalizzati nei tratti e nel background come lui, ma la gente era comunque poca dappertutto e non era difficile farsi spazio. Ultimamente girava pure un asiatico, doveva essere nel giro delle ronde dell’ex centrale di polizia. Ovunque si parlava l’inglese standard e per loro la lingua era stato l’ultimo dei problemi. Certo, quel microcosmo non era un nuovo Eden. Tanti luoghi ormai assomigliavano o a devastati territori di battaglia o a città abbandonate da decenni, e persino all’interno dei nuclei numerose case e palazzi erano l’emblema del vuoto.
«Sì, sono una sciocca, mentre tu sei l’uomo più intelligente del mondo.»
Gli dispiaceva aver dovuto abbandonare i sogni di bambino. Aisha stava esagerando, ma, in effetti, aveva sempre sperato di dedicarsi alla fisica o all’ingegneria aerospaziale, per studiare l’eventualità di raggiungere nuove forme di vita. Però che importava adesso al mondo degli extraterrestri o del suo quoziente intellettivo ben oltre la media? Si occupava perlopiù del ripristino delle abitazioni per una ditta senza nome del nucleo, e la sera, talvolta, portava avanti la band rhythm & blues per divertirsi con gli amici del Venti.
«Chissà, magari saranno gli alieni a venire da noi.» Era persuaso che Aisha lo avesse seguito nei pensieri, da quanto non si nascondevano mai nulla. «Con tutto il posto che c’è...»
«Così nel tempo libero ti metterai a confabulare con loro» replicò, con una punta di acidità, «e rientrerai prima la sera.»
«Uhm...» La faccenda della band andava chiarita. L’eccitazione nel frattempo si stava smontando, non pareva proprio il momento adatto.
Aisha cominciava a essere un po’ troppo insofferente per i suoi gusti, visto che oltretutto non aveva niente di cui preoccuparsi. Gli occhi per vedere le altre donne li aveva come tutti, ovvio. E non nascondeva a se stesso di essersi lasciato travolgere, mesi addietro, anche se solo con lo sguardo, da una bella ragazza fra il pubblico che gli aveva dato la carica per arrivare fino in fondo, in una serata disturbata dalla gelosa e inusuale presenza di Aisha. Si era addirittura sentito in colpa nel rammaricarsi per non averla più vista. Forse era solo di passaggio. Ma non avrebbe tradito mai la sua donna, sebbene lei si mostrasse sempre impaurita, ritenendosi inferiore in tutto e per tutto. Però non poteva negargli svaghi innocenti! Se continuava a rompere con quella faccenda della musica e dell’educazione di Sam, di cui pretendeva il monopolio per questioni di sangue, cominciava a infastidirlo sul serio. Ma la sera avanti aveva suonato al pub del Ventuno e, quando gli show erano freschi, lei era sempre leggermente più acre. Le sarebbe passata.
«Sto guardando una storia di paura.» Sam era appena apparso nel vano della porta con la sua aureola di fitti ricci e il visore portatile in mano. Appariva una versione in miniatura di Aisha, ma era cresciuto assai da quando lo aveva conosciuto a pochi mesi tra le braccia della madre, sul transatlantico. Il padre non aveva voluto saperne, e lui lo aveva cresciuto come un figlio suo. «Ve la racconto?»
«E perché vorresti spaventare pure noi?» gli chiese.
«Ascolta, c’è una strana creatura fatta di gelatina che si chiama Blob» esordì il bambino, facendo finta di non aver sentito la domanda. «Viene dallo spazio e si mangia la gente.»
«Fico!» spalancò gli occhi nei suoi.
«Lo stai traviando» interloquì Aisha, con falso rimprovero. «Abbiamo già visto un sacco di volte questa storia, è vecchissima.»
«Però è divertente» le rispose, mentre lei gli stava tamponando gli ultimi residui di schiuma da barba sulla faccia con la cocca di un asciugamano. «Così com’è divertente quando mi senti suonare, vero Sam?» buttò lì, in cerca di un alleato.
«Ma quand’è che suoni in qualche posto diverso dal garage? Così posso venire anch’io!»
«Quando sarai più grande» rispose Aisha, infastidita, tuttavia dando evidentemente per scontato che lui non avrebbe smesso mai. Lo fece ridere.
«E nel garage devo andare proprio adesso» sbottò, incamminandosi nel corridoio. «Ho da cambiare una corda del basso. Vieni con me, campione?»
«No, voglio finire di vedere il film» ribatté Sam, correndo verso la sua cameretta col visore stretto fra tutte e due le manine.
«Non vai a lavoro oggi?» gli chiese Aisha.
«No, oggi non ce n’è bisogno» disse lui, aprendo la porta d’ingresso. «Mi dedico al mio hobby senza farti stare in pensiero.» E le rilanciò un occhiolino, uscendo di casa...

Immagine: 123rf/Elnur Amikishiyev

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