sabato 1 giugno 2019

Le streghe della porta accanto (prime pagine)



PROLOGO


Arrivò un giorno di maggio con la corriera delle diciassette e trentacinque e portò con sé lo scompiglio.
Scese da sola al limitare del quartiere, alla fermata davanti al numero uno del Viale delle Rose, mentre un forte vento si levava da ponente.
La campagna soleggiata scivolava piano tra le prime villette fiorite e le folate accompagnarono il rumore del mezzo che si allontanava placido lungo il viale. Subito, il silenzio rimasto fu invaso dallo scoppiettio dei tacchi e la osservai ancheggiare sul marciapiede, la borsetta agganciata all’incavo del braccio, gli occhiali da sole che nascondevano il viso.
Io riposavo come d’abitudine sul muretto della signora Evelina e indugiai con la zampetta tra i denti, disturbata nella mia trentunesima azione quotidiana di toeletta.
Capii all’istante che si stavano avvicinando guai.
Non per il portamento antipatico, con quel mento sollevato e l’andatura di chi è oltremodo sicuro di sé, quanto perché sapevo ben riconoscere blu, verde, giallo e violetto, mentre la mia vista felina sarebbe stata in grado di distinguere quel tailleurino rosso acceso, che sfumava nell’arancio, solo se lei fosse stata come Miranda, la mortale non comune con cui trascorrevo la maggior parte del mio tempo libero.
Un’ultima ventata virò sulla ragazza, portandole via il cappello a larghe falde, e i lunghi capelli lucidi e neri, simili al mio pelo, sfidarono per un attimo la gravità.
«Tu!» strillò, puntandomi un dito contro. Il cappello era diventato un puntino lontano nel cielo. «Fallo tornare subito qui!»
Le feci la carità di osservarla per la bellezza di tre secondi, poi girai il deretano e me ne andai, schifata da cotanta idiozia.
«Guarda che lo so che mi capisci» mi urlò dietro, senza tuttavia ottenere le mie attenzioni. «Poi facciamo i conti.»
Immaginavo già la ragione per cui si trovava lì. Di sicuro era la stessa che tanti anni addietro aveva portato Miranda da zia Gigliola, e prima ancora Gigliola da Priscilla, e la mia amica avrebbe avuto il suo bel daffare per domare quella ragazza, ottenendo – ci avrei scommesso un profumatissimo pacco di croccantini appena aperto – l’esatto contrario.
Oppure no.
Avrei dovuto metterci lo zampino, prima o poi, facendo attenzione a non lasciarlo nel lardo come succedeva a certe cretine di mia conoscenza.
A quel tempo ero tigrata, forse alla terza o alla quarta vita, Gigliola era ancora in questo mondo, e ricordo che faticò parecchio per tenere a bada la giovane Miranda.
Mi chiedevo se ci fosse mai riuscita, visto che, al di là degli anni, mi sembrava sempre la stessa.
Velocizzai il passo e mi intrufolai in una siepe per tagliare la strada e arrivare prima della ragazza a casa di Miranda.
Il quartiere della Serenella si configurava come una sorta di minuscola frazione della vicina cittadina ed era perlopiù raccolto lungo il Viale delle Rose, che in quel periodo dell’anno mandava da ogni giardino un profumo tanto forte che quasi sapeva di fermentato. Mi sentivo già ubriaca e poco propensa a sopportar grane, per dirla con un eufemismo, ma Miranda mi nutriva quotidianamente e andava avvisata.
Sgattaiolai dunque in senso letterale sul retro della nostra casetta verde, perché sapevo che Miranda teneva sempre la porta sul retro aperta per me; attraversai la cucina e mi fiondai sulle scale che conducevano al piano di sopra, giacché avvertivo una terza presenza, e io sapevo bene di chi si trattava.
Detto fatto, Miranda neanche mi vide, quando sedetti nel vano della porta aperta.
Era tutta intenta a contemplare il grande amore della sua vita.
Ammettevo che lui fosse davvero carino, con quei capelli scompigliati di un bel biondo tiziano uguale al suo, soprattutto perché gli occhioni verdi e la barba incolta lo facevano rassomigliare a un mio simile. Peccato però che fosse morto da una quindicina d’anni e Miranda avrebbe dovuto rispedirlo di corsa nella sua urna cineraria, prima che la tizia antipatica suonasse il campanello.
«Miao» tentai, non troppo convinta. Invero Miranda continuò a idolatrare il suo amore. E il fatto che lei avesse superato la quarantina, mentre lui era dipartito quando ancora di anni non ne aveva compiuti trenta, non rendeva l’immagine stonata. Stavano bene insieme. Lei era bellissima e giovanile nella sua veste floreale da sacerdotessa perfetta. Era il sorriso di lui che col tempo si era immalinconito, perché lei avrebbe dovuto infine lasciarlo andare. Magari avrebbe potuto addirittura reincarnarsi in un gatto, vai a sapere se gli stava negando quell’opportunità di evolversi. «Miao» insistei allora.
«Credo che la gatta voglia dirti qualcosa» mormorò lui, indicandomi.
«Anch’io dovrei dirti una cosa.»
La propensione all’egocentrismo di Miranda non mi sarebbe stata d’aiuto, me lo sentivo.
«Cos’è successo?»
«Presto arriverà mia nipote, starà qui per un po’ e credo che nei prossimi giorni non potremo vederci come al solito, di sicuro non...»
«Miranda, ma è una bellissima notizia! Starai in compagnia, penserai meno a me, andrete a divertirvi, incontrerete nuove persone.»
«Veramente verrà qui per lo stesso motivo per cui venni io.»
«Si sono manifestati i poteri di famiglia?»
«Ancora la situazione non mi è chiara, perché mia sorella al telefono è stata vaga e lei non se ne intende un granché, le basta che mi occupi di Vanessa.»
«E quanti anni ha, ora, la nipotina?»
«Ventuno.»
«Così grande? L’ultima volta che l’ho vista, mi arrivava qui.» E stese un palmo accanto ai fianchi.
«Non ricordarmelo.»
«E invece sì, devi renderti conto di tutto il tempo che è passato e di tutto quello che hai perso. Io ti amo, e ti amerò per sempre, ma tu stessa ultimamente mi hai detto che cominceresti a non disprezzare un uomo un po’ noioso ma tranquillo, pantofolaio ma rassicurante, che ti faccia compagnia, che ti aiuti nelle faccende di tutti i giorni che non riesci a sistemare da sola con la magia, un compagno vivo.»
«Te l’ho detto solo per farti contento, perché tu insisti così tanto.»
«Lo faccio per il tuo bene, io...»
Il campanello, come prevedibile, trillò, e la coda mi sbatté nervosa alle spalle, prima da un lato, poi dall’altro. Odiavo il sentirmi inutile, e Miranda non si stava impegnando ad andare avanti, né in quella situazione, né nella sua vita in generale.
«Ignazio!» tuonò Miranda con voce perentoria. «Torna nell’urna!»
Come la folata di vento che aveva portato quella Vanessa, un turbine si avvolse intorno alla figura di Ignazio e lo risucchiò all’interno di un vaso che Miranda custodiva sul comò.
La precedetti mentre si dirigeva verso le scale, con un rapido slalom tra le sue gambe. Mi divertivo sempre un sacco a vederla sbandare, anche se lei si arrabbiava. Rallentai solo nel salotto d’entrata al piano di sotto, per passeggiare lungo la spalliera del divano, intanto che la vecchia zia Gigliola, dalla foto sulla mensola del camino, mi faceva cenno con un’occhiataccia di guardare qualcosa là fuori. Il fastidiosissimo sentore di grane mi suggerì che non si trattava solo di Vanessa.
Corsi dunque veloce sul prato antistante alla villetta, quando Miranda aprì la porta, e finsi di non sentire la ragazza che mi apostrofava: «Gattaccio malefico, me la pagherai!»
«Che ti ha fatto?»
«Tutti i gatti parlano con le streghe e invece...»
«Ssshhh!»
Mi allontanai lungo il vialetto di entrata, dando poco peso ai loro discorsi, e guardai la strada. Prima di qua e poi di là.
Niente macchine.
Via libera.
Ce n’era però una parcheggiata davanti alla casa di fronte. Nessuno ci viveva da tantissimi anni, per cui ero curiosa di capire cosa avesse voluto dirmi la vecchia con quell’occhiataccia dalla cornice. Sentivo dei rumori, delle voci di uomini, e tutto quello andava ad assommarsi al fastidiosissimo sentore di grane. La coda continuava a schizzare qua e là per il nervoso, perché avevo il presentimento che le mie abitudini sarebbero state sconvolte da tutti quei nuovi arrivi. Ed era chiaro, che si trattava di un altro nuovo arrivo, visto che la porta era aperta e l’ingresso appariva pieno di scatoloni.
Non mi aizzavano a entrarci, perché erano stracolmi, non c’era neppure un buchino in cui infilarsi, e soprattutto non sapevo a chi appartenesse quella voce che urlava con non troppa gentilezza: «Diego!» Qualche parolaccia sconnessa, un bell’animale umano moro sulla ventina che sbatacchiava qualcosa sulle scatole. «Non hai fatto ancora niente?»
Lo seguii quatta quatta fra gli scatoloni, non mi notò nemmeno sulle scale, e mi affacciai solo un pezzettino dallo stipite di una camera.
C’era un altro bell’animale umano moro, più sull’età di Miranda, stravaccato su un materasso poggiato per terra. Neanche un lenzuolo, tanti altri scatoloni intorno, tre bottiglie di birra vuote lì per terra.
«Non urlare!»
Il cuscino perlomeno c’era, seppur senza federa, perché il tizio sul materasso, che doveva essere quel tal Diego, se lo era appena piantato sulla testa.
«Ma come?» continuò invece a urlare quello più giovane. «Io ho lavorato per tutto il giorno e tu non hai messo a posto neppure una scatola? Guarda che entro le otto arriva il camion dei traslochi e...»
«Vai piano, vai piano!» Diego quel “piano” se lo tenne tutto per sé, perché si sollevò in maniera così lenta che i miei occhi allenati alle code di lucertola stentarono a decifrare il movimento. «Mi sono svegliato ora.»
«Io non ci credo.» Il ragazzo sbuffò, scuotendo il capo e allargando le braccia, per poi lasciarle ricadere inerti lungo i fianchi; infine cominciò a raccattare qualcosa qua e là. Le bottiglie. Dei fazzoletti di carta. «Non posso fare tutto da me.»
«Che fretta c’è?»
«Il camion!»
«Mica se ne andranno senza aver scaricato.»
«Ma dove mettono la roba? C’è un casino di sotto...»
«Non potevi mettere a posto tu?»
«Bravo! Io sono a fare il marito in affitto da stamattina. Ho aggiustato il lavandino di una novantenne, imbiancato il ripostiglio di un’ottantenne, tagliato l’erba nel prato di un’altra ottantenne...»
«Tutte vedove appetibili?»
«Ora non esagerare, comunque mi pare un posto carino, le signore sono gentili, mi hanno dato da mangiare. Mi manca solo questa qui di fronte. Quando ho suonato, non c’era nessuno.»
«Visto che ci sei già tu a intrattenere rapporti di buon vicinato, a cosa potrei mai servire io, se non a far danni?»
«Ecco, appunto, potevi darmi una mano almeno in casa nostra.»
D’un tratto, il ragazzo si voltò per uscire e io mi nascosi nel buio del corridoio.
«Manuel!» Qualcosa mi disse che, anche se il ragazzo non tornò indietro, Diego stava chiamando lui. «Mi faresti un caffè?» E poi uno starnuto. «Per caso è entrato qualche gatto?»
Ci mancava il comune mortale allergico al mio pelo...
Be’, per quanto litigiosi, non mi sembravano un pericolo, perlomeno non imminente, dunque nell’occhiataccia di Gigliola doveva nascondersi qualcosa di profondamente umano che mi sfuggiva e, in genere, le cose profondamente umane che mi sfuggivano riguardavano sentimenti svenevoli come quello che legava Miranda al fantasma di Ignazio.
Scesi giù per le scale, approfittando del fatto che Manuel pareva essersi spostato in una stanza del piano di sotto. A sentire dall’odore, si era arreso e stava preparando il caffè a Diego.
Zigzagai di nuovo tra gli scatoloni, curiosando qua e là, poi uscii all’aria aperta per godermi gli ultimi raggi di sole della giornata.
Un sacco di cianfrusaglie abbandonato nel prato. Una moto sotto una tettoia del giardino. Uhmmm... rumore odioso.
Non mi sentivo per niente soddisfatta.
Non solo c’erano cambiamenti in arrivo, ma sarebbe stato indispensabile tenere le vibrisse in tensione per captare segnali nell’aria.
Quello avrebbe potuto rivelarsi divertente, da un certo punto di vista, anche se ne avrei fatto volentieri a meno.
Ma ancora non sapevo quanto avrei dovuto faticare.


CAPITOLO PRIMO



«Luisa, madre Luisa!»
«Ma no, no!» Miranda si mise le mani tra i capelli, sibilando aria fra i denti. «Macché Luisa...»
La partenza appariva funesta. Forse era colpa sua, che aveva trascurato la nipote per anni, ben sapendo che era l’unica possibilità in famiglia per portare avanti la tradizione stregonica. Era chiaro che, al di là di ogni talento, sarebbe toccata a lei.
Strappò il foglietto dalle mani di Vanessa, che rimase impalata sul tappeto davanti al camino.
«Che ho fatto?»
«Cosa c’entra Luisa nel saluto alla Dea, secondo te?» E sbatacchiò un palmo riverso sul foglietto. «Luna, è la luna!»
«Era una enne?» Vanessa s’impettì e riprese il foglietto, stizzita, poi lo osservò poco convinta. «È scritto male, in corsivo, tutto a penna.»
«Vorresti salutare la Dea con un messaggio su WhatsApp?»
«Perché no?» Si strinse nelle spalle. «Siamo moderne.»
«Ecco, appunto, tanto per incominciare vedi di toglierti quei trampoli, ché già non siamo sul terriccio, e se devi distanziarti pure dal pavimento...»
«Sei tu che non mi hai dato il tempo di cambiarmi. Sono appena arrivata e già devo studiare.»
«Se per te studiare è leggere un saluto beneaugurale, non siamo messe bene.»
«E la mia roba? Dove sono tutte le valigie che ho fatto arrivare?»
«Qui non sono arrivate valigie. Come le hai mandate?»
«L’ho pensato.»
«Allora mi sa che dovrai rifarti il guardaroba, senza sprechi.»
Vanessa calciò lontano le scarpe e incrociò le braccia sul petto. «Io non ci sto capendo niente.»
«Sei qui per capirci qualcosa.»
«Gli uomini le preferiscono sciocche.» Una voce si levò dalla mensola del camino. «Quelle intelligenti non sgravano e a ogni generazione la nuova adepta è la figlia della sorella più scema.» Zia Gigliola pontificava dalla foto incorniciata, lo sguardo volto altrove, la crocchia grigia che svettava come una corona. «Di questo passo finiremo per sempre.»
«Ma...» Vanessa fissava la cornice a occhi spalancati. «Zia Gigliola ha parlato? La foto ha parlato?»
«Spero lo faccia di nuovo» osservò Miranda, pensierosa. «Perché avrò di sicuro bisogno dei suoi consigli. Considerato che tu sei figlia unica e io sono vicina alla menopausa poi...»
«E io che pensavo di venire qui a imparare a far apparire gioielli, borsette, scarpe, vestiti e soldi, soldi, tanti soldi» si lagnava con voce nasale, i piedi che sbattevano sul tappeto. «Invece bisogna parlare con i pianeti e con i morti?»
«Eh, sapessi...»
«Che?»
«Una cosa per volta» le rispose. «Per esempio, la luna non è un pianeta.»
«Ah, no? E allora perché la rammentano sempre nell’oroscopo con i pianeti? Quello va studiato, vero?»
«Sì, ma, quando è stato inventato, credevano...»
«Ci sono altre foto di morti?»
«Zia Gigliola mi diceva che aveva quella di zia Priscilla, ma non l’ho mai conosciuta e...»
«Quindi io sono la più scema di tutte?»
«Ti ho detto una cosa per volta!»
Forse Miranda aveva urlato troppo e l’espressione mortificata di Vanessa la intenerì.
«Io non ce la farò mai.»
«D’accordo, mettiamoci un attimo qui.» Miranda prese respiro e la invitò ad accomodarsi sul divano dirimpetto al camino, lanciando un’occhiata a Gigliola che dopo quell’unica uscita si era chetata, rivolta verso la finestra. La gatta non si spostò di un millimetro, sicché Miranda fu costretta a posizionarsi in tralice. Le dispiaceva disturbarla, anche perché si era presa parecchie sgridate da Vanessa, e lei aveva dovuto insistere assai per spiegare alla nipote che le cose non funzionavano così e che la gatta non sarebbe stata capace di riportarle il cappello. Ora bisognava far mente locale. «Cominciamo col capire come ti è successo.»
«Come mi è successo cosa?» Vanessa aggrottò le sopracciglia, nel sedersi, e si scostò una ciocca di capelli dalle spalle
«Come hai capito che in te c’erano dei poteri.»
«Niente» replicò, con una smorfia. «Volevo delle cose che vedevo su un giornale e mentre lo sfogliavo la mia camera ha cominciato a riempirsi di quelle cose.»
«Gioielli, borsette, scarpe, vestiti...?»
«Eh, certo, e cosa sennò?»
«Non ci siamo.» Miranda scosse il capo, facendo schioccare la lingua sul palato. «Non va bene così. Desiderare oggetti materiali e usare la magia solo per quello porta disgrazie.»
«E allora a che servono le magie?»
«La magia va usata con parsimonia, per dei fini specifici.»
«E chi è questa Parsimonia?»


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