Il tempo nei miei romanzi
Per me il tempo non è un fondale, ma un vincolo che obbliga i personaggi a
scegliere. In “Time Travel Hotel” è logistica:
turni dell’Agenzia da epoche diverse, comunicazioni al telefono dall’altra
parte del varco, scadenze di permanenza, casi da chiudere entro finestre
precise. Lo dicono i dialoghi: “qui l’unica cosa che non manca è il tempo”, ma
allo stesso tempo “pochi giorni addietro” non significa nulla. La cronologia si
piega alle regole del posto, non alle aspettative dei personaggi.
Bianca applica metodo e scetticismo in un ambiente dove la memoria degli
eventi si sposta (telefonate in epoche diverse, indizi che arrivano dal 2015 al
1979), mentre Francesco porta addosso l’educazione dei Settanta e deve
aggiornare il suo codice al presente relativo dell’hotel. È un luogo che rende imprecise
parole comuni come “ieri” e “domani”: lo si vede quando gli agenti scoprono che
un caso è stato risolto “in futuro” ma incide sul “passato” in cui si trovano.
Per “L’Alchimista Innominato” il passato non è un museo, bensì un campo
di decisioni. La conversione è un lavoro sul tempo interiore,
non un salto di secolo; l’epoca storica serve a rendere visibile la
trasformazione.
In “Trasparenze” l’indagine sul presente passa
da una rilettura del passato;
non per nostalgia, ma per ricalibrare luce e ombre.
In “Pandemonium Road” tempo è durata:
una strada infinita in cui si misura la resistenza, non la distanza.
Rispetto a questi, “Time Travel Hotel” fa una
mossa diversa: toglie al tempo la funzione redentrice
e la sostituisce con una domanda: “Cosa fai, ora, con le regole che hai
davanti?”
Nei libri magici era pressione narrativa (la Luna di punizione, i cicli, le attese). In “Time Travel Hotel” è infrastruttura: telefoni, turnazioni, consegne. Lì capisci davvero chi sei, perché non puoi più far finta che “prima o poi” risolva qualcosa: o lo fai entro i vincoli o non lo fai.

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