sabato 3 gennaio 2026

Dietro le quinte #9 - Il tempo

 


Il tempo nei miei romanzi

Per me il tempo non è un fondale, ma un vincolo che obbliga i personaggi a scegliere. In “Time Travel Hotel” è logistica: turni dell’Agenzia da epoche diverse, comunicazioni al telefono dall’altra parte del varco, scadenze di permanenza, casi da chiudere entro finestre precise. Lo dicono i dialoghi: “qui l’unica cosa che non manca è il tempo”, ma allo stesso tempo “pochi giorni addietro” non significa nulla. La cronologia si piega alle regole del posto, non alle aspettative dei personaggi.

Bianca applica metodo e scetticismo in un ambiente dove la memoria degli eventi si sposta (telefonate in epoche diverse, indizi che arrivano dal 2015 al 1979), mentre Francesco porta addosso l’educazione dei Settanta e deve aggiornare il suo codice al presente relativo dell’hotel. È un luogo che rende imprecise parole comuni come “ieri” e “domani”: lo si vede quando gli agenti scoprono che un caso è stato risolto “in futuro” ma incide sul “passato” in cui si trovano.

Per “L’Alchimista Innominato” il passato non è un museo, bensì un campo di decisioni. La conversione è un lavoro sul tempo interiore, non un salto di secolo; l’epoca storica serve a rendere visibile la trasformazione.

In “Trasparenze” l’indagine sul presente passa da una rilettura del passato; non per nostalgia, ma per ricalibrare luce e ombre.

In “Pandemonium Road” tempo è durata: una strada infinita in cui si misura la resistenza, non la distanza.

Rispetto a questi, “Time Travel Hotel” fa una mossa diversa: toglie al tempo la funzione redentrice e la sostituisce con una domanda: “Cosa fai, ora, con le regole che hai davanti?”

Nei libri magici era pressione narrativa (la Luna di punizione, i cicli, le attese). In “Time Travel Hotel” è infrastruttura: telefoni, turnazioni, consegne. Lì capisci davvero chi sei, perché non puoi più far finta che “prima o poi” risolva qualcosa: o lo fai entro i vincoli o non lo fai.

Nessun commento:

Posta un commento