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martedì 21 giugno 2016

Demetra e Persefone

Il mito della vegetazione che muore per risorgere.


Il declino e la rinascita della vegetazione è ben rappresentato del mito greco di Demetra e Persefone, simile a quello persiano di Afrodite/Astarte e Adone, a quello frigio di Cibele e Attis e a quello egizio di Iside e Osiride (per non parlare dei saccheggi cristiani). Abbiamo sempre una dea che piange l’amato: la vegetazione, il grano che muore per risorgere in primavera. Se però nelle leggende orientali il defunto è un amante, e in quella cristiana un figlio, in questo caso si piange una figlia.
L’Inno a Demetra (VII secolo a. C.) è il documento più antico che tratta di questa leggenda: la giovane Persefone sta raccogliendo fiori in un prato, quando si apre una voragine da cui emerge Plutone, dio dei morti, che la rapisce per farne la sua sposa nel mondo degli Inferi. Demetra la cerca per terra e per mare e, apprendendone la sorte, volta le spalle agli dèi: maledice la terra e fa sì che il grano non germogli più finché non le sarà restituita la figlia. Zeus convince così Plutone a liberare Persefone, ma, prima di farla partire, le fa ingerire dei chicchi di melograno, in modo che torni subito da lui. Zeus decreta tuttavia che da quel momento in poi Persefone trascorrerà due terzi dell’anno con la madre e uno negli Inferi, da cui tornerà ogni anno per ricoprire la terra di vegetazione.
Lo scopo del poeta è evidentemente quello di descrivere i Misteri Eleusini, nascosti in tutte le successive celebrazioni incentrate sul grano e le spighe. Le due dee ne sono esse stesse personificazione, soprattutto la figlia, con i suoi mesi sottoterra e quelli in cui sopra risorge. Frazer, nel celebre “Il ramo d’oro”, ipotizza addirittura che Demetra, la madre, potrebbe impersonare il raccolto dell’anno precedente che ha dato vita all'attuale, ma l’interpretazione più accreditata è quella che vede in Demetra la Terra, dal cui grembo nascono il grano e tutte le altre piante. 
In ogni caso, l’intera iconografia antica le considera entrambe associate alla figura del grano. La fede dei greci in Demetra è poi sopravvissuta tramite i romani con Cerere e Proserpina.

Sull'argomento, correlato a Frazer, vi potrebbe interessare anche il post La primaverile morte e resurrezione degli dèi.

Vi ricordo inoltre, in riferimento al cambio delle stagioni, che - come ho spiegato qui - il solstizio d'estate quest'anno è caduto ieri, non il 21.

domenica 27 marzo 2016

La primaverile morte e resurrezione degli dèi

Cacciare la morte per evocare la rinascita della vegetazione.



Care consorelle e confratelli,
come vi ho più volte spiegato nei post all’interno della scheda Consigli magici, molte delle feste cristiane o in generale della tradizione occidentale sono state mutuate nel periodo tardo romano e alto medievale dagli antichi calendari agresti o da quelli delle religioni precedenti. Così come il Natale è correlato al solstizio d’inverno e alla nascita del sole, che fuga le ombre della notte, anche la Pasqua può essere associata all’equinozio di primavera e alla rinascita della bella stagione dopo il lungo periodo invernale, ma esistono riferimenti ben più precisi riguardanti la morte e la rinascita del dio, a partire dall’egizio Osiride, resuscitato grazie a Iside (vedi il post sulle origini della Befana). Rimanendo in Africa, molte antiche culture celebravano la morte del dio in date fisse o se il potere veniva meno, ma anche la tradizione scandinava ci narra del sacrificio dei figli di Odino, per non parlare, in questo senso, della cultura greca (Crono) ed ebraica (Abramo). Tutti questi rituali vengono associati all’uccisione dello spirito arboreo, come buon auspicio per i raccolti, così come sono da ricollegare a quelle che poi diventeranno le feste per il seppellimento del Carnevale: un cacciare la morte, per evocare l’estate, la dipartita e la rinascita della vegetazione, dalla Russia all’India, dall’Austria all’Africa orientale. La leggenda che più si avvicina a quella celebrata ancora oggi dai cristiani è però quella relativa ad Adone o Attis o Tammuz, con i cui nomi le civiltà che si affacciavano sul Mediterraneo simboleggiavano la morte e la rinascita annuale della vita vegetale. Sulle loro morti circolano numerose versioni (rintracciabili perlopiù nelle narrazioni degli autori greci), ma ciò che le accomuna è la rigenerazione dopo un periodo di digiuno, per promuovere la fertilità. Se volete approfondire le storie di queste figure mitiche, potete spulciare il celebre testo di Frazer “Il ramo d’oro”, 800 pagine enormi e fitte di curiosità antropologiche da integrare ai manuali storiografici, per confrontare le versioni delle varie culture.
Che la Dea vi benedica