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venerdì 31 marzo 2017

Le mie donne #10: Killer di cuori e altri semi

"Non sono un'amante dei racconti, ma devo dire che questi mi sono piaciuti tutti, forse perché le protagoniste femminili sono tutte streghe di una congrega e assistiamo insieme ai loro rituali, alla magia che si sprigiona da essi..." - dal blog "Romance and fantasy for cosmopolitan girls"


Care consorelle e confratelli,
per la raccolta di racconti "Killer di cuori e altri semi" non posterò singole schede su tutte le protagoniste, ma un unico pezzo 'cumulativo', per presentarvele l'una dopo l'altra. Partiamo dalla prima...


♥ KILLER DI CUORI - Stregare un negromante invidioso non è semplice quando ha riportato in vita l’uomo dei tuoi sogni per ucciderti.

Rita è una giovane strega al momento non troppo contenta della sua vita, dato che non ha né il lavoro né l'amore. Grazie a un giro cartomantico di un'amica, scopre che sta per incontrare una persona molto importante, e non immagina certo che sia un... morto. Anzi, un senzatetto riportato in vita da un malvagio negromante che vuole vendicarsi per un suo rifiuto e che ha pensato bene di evocare qualcuno o qualcosa che non potrebbe essere sospettato di omicidio. Ovviamente le cose andranno in una maniera diversa rispetto a quella prevista, ma vediamo come la nostra eroina si imbatte per la prima volta in questo misterioso sconosciuto.


Fu dopo essere stata travolta dal tanfo del cassonetto che notò l’uomo accovacciato all’angolo della strada. Passavano ancora poche auto, lei era riuscita a dormire giusto cinque o sei ore, già tanto, visto l’andazzo dell’insonnia da stress, e quel fagotto ripiegato su se stesso le fece arricciare il naso più per la concentrazione che per il tanfo del cassonetto. La istigò pure ad affondare il mento nel bavero del piumino, alla vista di quelle braccia nude. Ma non aveva freddo? Era sicuramente ubriaco fradicio.
Be’, non poteva certo essere lui.
Allora perché la stava scrutando con quell’attenzione morbosa che la mise sul chi vive? E si rese conto che quel “chi vive” era da ascriversi ai pronostici di Sara, più che all’istinto di conservazione, quando si ritrovò a muovere alcuni passi verso la figura.
Lui si voltò subito dal lato opposto, ma Rita aveva fatto in tempo a scorgerne i tratti duri segnati dalla barba incolta. Non sembrava molto interessato a fregarle il vuoto portafogli, pareva semmai imbarazzato per l’inattesa osservatrice.
Si fermò a pochi passi di distanza da lui e le sorse spontaneo un: «Bisogno d’aiuto?»
Lui scosse il capo, mantenendolo chino. Infine, parve rassegnarsi alla sua curiosità e alzò gli occhi neri su di lei.
Non era male, ma se lei si riduceva a valutare uomini sul marciapiede in preda ai postumi di un’evidente sbronza solo per confidare nella divinazione di un’amica, voleva dire che era proprio alla fame, in tutti i sensi.
Non tanto da cedere alle avances di quel vecchio negromante che la tormentava da quando si erano incontrati all’expo di magia per le feste dell’equinozio d’autunno, comunque.
Rita cercò di recepire una qualsivoglia emanazione dall’uomo. E, strano, ma non avvertì sensazioni esattamente positive. Anzi, proprio un bel niente. Quasi fosse un cadavere.
E questo la incuriosì.

Non vi racconterò in questa sede come proseguirà la vicenda, e passo quindi a presentarvi la seconda protagonista.

♣ LA FELCE E IL FALÒ - C’è un orco molto più sexy di quelli delle fiabe. Per la sua specie sei mostruosa. Potrai sedurlo con la magia della natura?


Sara è l'amica della protagonista del racconto precedente e un giro di carte fatto a se stessa le suggerisce che forse pure lei avrà uno strano incontro. Nel suo caso si tratterà di un orco! Un orco bellissimo, fra l'altro, che tuttavia la vede... brutta. Certo che, se i presupposti di partenza sono pessimisti, potrebbe esserci poco da fare, lei stessa si vede così:

Si alzò di scatto e si diresse rapida nel corridoio, poi in camera, verso l’anta centrale dell’armadio, in cui era incastonato uno specchio che le rimandò un’immagine armoniosa e fiera: alta, ben fatta, soda, bel viso, pelle diafana, occhi chiari, sorriso radioso. Perché nessuno la voleva? Forse i corti capelli neri la facevano apparire troppo maschiaccio? O l’abbigliamento trasandato non la rendeva abbastanza seducente? Eppure Rita le diceva sempre che semmai le gonne di tela e le maglie gualcite ad arte lasciavano trasparire meglio le sue curve, che si svelavano così ancora più morbide.
Quel Jack di fiori già le stava antipatico. Ovunque lo avesse incontrato, l’avrebbe vista solo come un’amica.

Ma la magia farà sicuramente il suo corso, per cui si potrà sperare in un lieto fine?

♦ CLAUSOLA DI RESCISSIONE - E se Paganini, Mozart, Chopin, Vivaldi e Beethoven tornassero per un talent show con un gruppo black metal? Chissà cosa ne penserebbe un’opinionista strega...


Be', l'opinionista strega di sicuro male non ne penserà, ma si tratta di un ambiente a lei estraneo e oltretutto non può far capire alla produzione che i suoi poteri sono reali...

Lady Morgana sistemò le lunghe ciocche corvine in uno spicchio di vetro che la incorniciò tra Babbo Natale e un pupazzo di neve pallido quanto lei, poi lanciò un’occhiata al display del cellulare, e valutò con un tentennio del capo che forse avrebbe dovuto chiamare un taxi, per non arrivare in ritardo agli studi. Anzi, di quel passo e con quell’indolenza, si sarebbe presentata a lavori iniziati comunque.
Sbuffò più volte, nell’attesa.
Non aveva proprio voglia di andare avanti con quella storia. All’inizio i soldi le avevano fatto comodo, dato che non navigava nell’oro, ma cominciava ad aver paura di tradirsi, prima o poi.
Compì tutto il tragitto sul sedile posteriore del taxi con le unghie rosso sangue conficcate nella fronte, gli occhi chiusi più per la rassegnata pena nei confronti di se stessa, che per la concentrazione, e s’incamminò verso il retro dell’entrata degli studi con l’aria di quella che sta per affrontare il patibolo... o il rogo.
Dall’ingresso principale provenivano rumori e grida assordanti. Dovevano esserci un sacco di candidati, quel giorno. E lei, che in verità era pure un po’ snob, non si trovava a suo agio in certe situazioni, se non per prenderle in giro tramite il blog.
Pensare che era partito tutto da lì, e da quella sfida che l’aveva spronata a esporsi per racimolare un po’ di visite e di click sui banner pubblicitari.
I corridoi brulicavano di addetti ai lavori, e c’era qualcosa di strano nell’aria...
Con il suo indovinare a menadito tutti i risultati dei talent, comprensivi di percentuale dei votanti, aveva attirato le simpatie di chi riteneva fosse tutto truccato, e difatti quella era stata una delle sue iniziali velleità; ma gli idioti della produzione avevano pensato bene che un’opinionista un po’ gotica un po’ dark, con la sfera di cristallo, avrebbe fatto audience. Non solo. Le sue mansioni non avrebbero dovuto limitarsi alla presenza in studio nel corso delle dirette. Era tenuta a dare una mano anche ai provini, data la quantità di gente da sfoltire.
Disdetta...
Fortuna che ormai erano agli sgoccioli, e la prima puntata sarebbe andata in onda da lì a una settimana, in pompa magna per la Vigilia di Natale, con tutto il target di famiglie a tavola in attesa di andare a Messa.
E se l’istinto l’avesse portata a dire o fare qualcosa di ancor più esagerato, soprannaturale, alieno e incredibile, presto o tardi?

Andrà a finire come sperato? O addirittura troverà l'amore richiesto nella letterina a Babbo Natale? Ma è proprio babbo Natale?

♠ LA FAME DEL GHOUL - Può l’amore di una strega andare oltre l’apparenza di un mostro che cambierebbe aspetto grazie alla passione?


Viviana seguì ogni indicazione. Era la prima volta che si univa a un Grande Sabba, e la frequentazione della sede cittadina della Congrega le aveva fatto scoprire una miriade di nuovi modi di vedere il mondo, cacciandole ogni pregiudizio dalla mente. Preghiere e rituali studiati su antichi testi di stregoneria irlandese, documenti odorosi di noce moscata che risalivano addirittura agli antichi celti, antenati di Demetra, e che l’avevano resa nuova e primitiva al tempo stesso.

Quella non era una festa del Diavolo a cui le donne che sorridevano al suo fianco si sarebbero concesse fra grida e anatemi disumani. La studentessa alla sua sinistra, la professionista alla sua destra e la casalinga pochi passi più in là erano lì solo per gioire di quelle sensazioni che aveva già iniziato a percepire rimanendo immobile, a occhi chiusi, nel mormorio delle compagne. Un ritorno alla natura, alle origini, per assorbire la forza dell’intero creato, in quanto donna, e primaria detentrice del potere della creazione.


Questa è Viviana, la protagonista dell'ultimo racconto, una donna che si è separata da poco e ha trovato nell'interesse per la Vecchia Religione un modo per rinascere in armonia con altre persone che si sentono come lei. Ma adesso c'è qualcosa che manca nella sua vita e non può certo trattarsi del dolcissimo ma feroce mostro che incontra nel bosco. Oppure sì? Lo saprete solo leggendo Killer di cuori e altri semi.
Che la Dea vi benedica

mercoledì 9 novembre 2016

Le mie donne #9: Maya

"Anonima Strega stupisce, spiazza e conquista nuovamente con protagonisti nuovi e comprimari conosciuti." - dal blog "Storie di notti senza luna"



Care consorelle e confratelli,
la protagonista femminile del mio nuovo romanzo, Maya di Legione Magica, racchiude in sé tutti i personaggi femminili incontrati finora nelle mie storie. Si tratta di una strega, come Dunia delle Spose della notte, ma non sa di esserlo, come Selene di Il diavolo e la strega, e oltretutto la sua esistenza terrena è davvero agli sgoccioli, come quella di Iris di Spettabile Demone. Se non fosse che proprio con dei demoni avrà a che fare a partire dal momento in cui penserà di farla finita, lanciandosi dal tetto del suo palazzo...


Con l’elastico, Maya stirò sulla nuca la coda di cavallo nera come gli occhi, mediterranea come la pelle olivastra, riflettendo nello specchio l’immagine di una ragazza che, nonostante i propositi, le appariva ancora bella, per quanto offuscata dall’alcol. Solo un abitino stantio con cui sarebbe dovuta andare a dormire, e che invece l’avrebbe fatta volare.
Rise di sé, poggiando i palmi sul bordo del lavandino, e constatò per l’ennesima volta che ormai non c’erano più speranze, niente per cui valesse la pena di vivere. Desolante, da giovani.
Perché gli uomini le preferiscono brutte e sciocche?
Si era risposta tante volte: per fare i loro comodi e passare per maschi vincenti e non cornuti davanti agli amici al bar, tanto Penelope era a fare la calza.
Di sicuro, in quel momento, lo stava facendo pure lui, con la nuova gallina.
Perché i datori di lavoro li preferiscono senza titoli e a basso quoziente intellettivo?
Si era risposta più volte anche a quello: perché altrimenti avrebbero dovuto pagarli di più e rischiare di farsi mettere i piedi in testa da qualcuno conscio di essere raggirato, dato il loro altrettanto basso quoziente.
E, nel frattempo, i soliti raccomandati avevano sempre il coraggio di spargere in giro la voce menzognera per cui se i laureati si trovavano senza un impiego era perché non si ‘abbassavano’ a svolgere lavori più umili...
Fottetevi tutti!
No, scosse il capo. Aveva bevuto troppo poco, riusciva ancora a ragionare in maniera realistica, lucida e razionale. Non andava bene.
Uscì nel corridoio e si diresse verso il comodino della cameretta, che le sarebbe stata pignorata a breve insieme a tutto il resto – poco, a ben vedere – lasciandola sola e senza la minima idea di dove andare, a parte la sede di qualche associazione caritatevole. Un paio di amiche avrebbero potuto ospitarla, per quanto non a vita, dato che loro i galletti se li erano tenuti e avevano pure sfornato pulcini. Motivo per cui si erano un po’ perse.
Sola, senza parenti che misteriosamente non erano mai esistiti, al di là di due genitori ancora più misteriosamente soli che l’avevano fatta sentire diversa per tutta la vita, finché non se n’erano andati in un incidente stradale alcuni anni addietro.
Giocherellò col blister del sonnifero, poi prese a spremersi pastiglie nel palmo. Neanche aveva intenzione di contarle.
Le ingoiò senz’acqua e rise ancora, niente affatto pentita del gesto.
Adesso avrebbe potuto togliersi i sandalini e sdraiarsi nel letto, in attesa della morte. Ma c’era il rischio che qualcosa andasse storto e la svegliasse un salvifico pompiere che, fra l’altro, non se la sarebbe nemmeno filata, di sicuro.
Oppure poteva tornare nel corridoio e mantenere il proposito di volare.
Aprì la porta d’entrata, fece qualche passo sul pianerottolo, fra soffitti umidi e mura dall’intonaco scrostato, poi imbucò la rampa di scale che portava sul tetto del palazzo...


A seguito di un interludio con un demone misterioso che scompare, intenzionato a non lasciare traccia di sé, s'imbatté nientepopodimeno che in Damien, una nostra vecchia conoscenza (da Spettabile Demone) che sarebbe bene tenere alla larga se incontrato di notte su un tetto. Ma a Maya è stata cancellata la memoria dal precedente demone di passaggio, per cui all'inizio del romanzo la vedremo prevalentemente con gli occhi di questo secondo personaggio dal carattere assai discutibile...


«Ehi...» La scrollò con più vigore.
Lei si svegliò con un sussulto e si alzò sui gomiti portandosi una mano alla fronte. «Chi sei?» Si guardava attorno, poi di nuovo lui. «Dove sono?»
In che senso “dove sono?” Lei avrebbe perlomeno dovuto ricordare il motivo per cui era sul tetto. Quello che non doveva rammentare era solo l’incontro con Seth. Così funzionava la cancellazione della memoria.
«Sei sul tetto di un palazzo» le rispose. «Non ricordi proprio niente?» Lei lo guardò sbalordita, scuotendo il capo. «Come ti chiami?»
«Maya» mormorò.
«Io sono Damien.» Le tese una mano, che lei afferrò come in trance, e lui ne approfittò per sollevarla. «E poi cosa ricordi?»
Lei continuava a scuotere la testa, e l’odore di demone e di femmina che spirava intorno a loro non lo aiutava a ricapitolare le idee.
Portarla al pronto soccorso o alla stazione di polizia avrebbe significato perdere dati su Seth, anche se avrebbe potuto a seguito rintracciarla. Meglio non rischiare.
«E quella?» Rivolse un cenno del mento alla carta che lei teneva nell’altra mano. «Non ricordi nemmeno che ci facevi con quella su un tetto a mezzanotte?»
«Ricordo che è mia.»
Siamo bene...
Ma come mai Seth le aveva cancellato la memoria completamente? E perché dal Capo Guardiano dei demoni Bianchi era stata considerata una buona azione? La carta le era stata consegnata quasi di sicuro dal demone, e avrebbe potuto essere considerata una buona azione in sé, se fosse stata davvero spontanea, anche se non da meritare una redenzione, quindi la faccenda aveva a che fare con la cancellazione totale della memoria.
«Dove stai?»
Lei scosse di nuovo il capo, distogliendo lo sguardo. «Forse dovrei farmi vedere da qualcuno...»
«Ma no, figurati» reagì lui, svelto. «Se andiamo al pronto soccorso a quest’ora, ne usciamo per l’ora di pranzo. Vieni a dormire da me e domani vediamo come stai. Semmai ti ci porto poi in giornata se ancora non ti senti bene.»
La vide squadrarlo da capo a piedi, con aria poco convinta. «Nello stato in cui mi trovo, non mi sembra il caso di accettare l’invito di uno sconosciuto.»
«Che oltretutto ha l’aria poco raccomandabile, vero?» cantilenò lui, toccandosi a turno tatuaggi e piercing. «E invece sono pieno di soldi» la beffeggiò, dondolando capo e spalle con le mani sui fianchi, «e posso darti una stanza degli ospiti mentre io me ne vado in camera mia senza toccarti con un dito. Scommettiamo?»
C’era riuscito altre volte, ci sarebbe riuscito pure quella.
Lei si guardava ancora intorno, spaesata. Non aveva l’aria di una che ha intenzione di cedere a qualche lusinga, ma nemmeno di rifiutare l’invito, visti i presupposti.
«Io ti consiglio di venire a riposarti» riprese, assumendo un tono più serioso, «e domani ne riparliamo.»
«Tu potresti avermi drogata per portarmi a casa tua e farmi fare qualcosa di legato a un affare losco.»
«Sì, e ti lasciavo la carta di credito» replicò meno serioso, gesticolando verso la sua mano.
«Si tratta comunque di qualcosa di inspiegabile e io non credo che...»
«Si tratta sicuramente di qualcosa di inspiegabile, e vedremo di trovare una soluzione domani a mente fredda, se riesci a fidarti di questo metallaro piovuto su un tetto così come ci sei piovuta tu.» Poi l’istinto lo fece piegare sul collo di lei, che si ritrasse di scatto, mentre lui alzava i palmi. «E io puzzerò di tabacco, ma tu di alcol, cara mia, quindi non credo tu sia la santarellina per cui vorresti spacciarti, ubriaca, su un tetto, a mezzanotte, con una carta di credito in mano.»
E pure di demone, puzzi... Ma questo non poteva dirglielo.
O forse sì?
Poteva parlare chiaramente, spiegarle tutto con calma, passo dopo passo, e vedere se c’era un appiglio, un dato, qualcosa per cercare di capire come mai i Bianchi erano convinti che lui avrebbe potuto rintracciare... Seth di Atlantide. Ma porca puttana!
Insomma, poi le avrebbe cancellato di nuovo la memoria. Se era già smemorata, però, c’era il caso che l’appiglio non fosse nascosto da alcuna parte.
«Prendere o lasciare» riattaccò, «altrimenti sei liberissima di andartene al pronto soccorso per conto tuo.» Allargò le braccia e fece qualche passo indietro, mentre i bracciali tintinnavano e il silenzio veniva interrotto da un motore una decina di piani sotto. «Se ti ricordi dov’è...» E rise, sentendosi furbo e perfido al tempo stesso.
Lei si strofinò la fronte con un palmo e mugolò: «Possibile che io non ricordi niente di niente? Esistono droghe che lo consentono?»
«Probabilmente non mi crederai» le rispose, calmo e sereno, «ma non sono un grande esperto, quindi non so davvero che dirti se non che sono pronto a ospitare una persona che sembra meno raccomandabile di me e di cercare una risposta insieme a mente fredda.»
«Perché lo faresti?» sibilò lei, socchiudendo gli occhi. «C’è qualcosa che potrei darti in cambio?»
Mentire non rientrava nelle buone azioni.
Bastava sviare.
«Ti ho detto che dormiremo in camere separate.» Le rilanciò un sorrisetto forzato.
«Io intendevo qualcosa di riferito all’affare losco, per cui vorresti che stessimo lontani da polizia e pronto soccorso.»
«Guarda...» Alzò un palmo. «Ti giuro che quelli non sono un problema, ma non mi crederai di nuovo, quindi... buonanotte, baby» sbottò, volgendole le spalle. «Io me ne vado a letto.»
Non mosse qualche passo che la pollastra lo richiamò indietro: «Aspetta!»
«Sì?» biascicò con finto fare annoiato, e voltandosi con l’aria di quello che non ne aveva alcuna voglia.


Rintracciando il misterioso demone che si è dileguato, Damien potrebbe guadagnare la redenzione, seppur a costo di vincolarsi ai servizi segreti magici guidati dal potente Magus Jeremiah (proveniente dalle Spose della notte); Maya invece capirà a poco a poco di non essere la comune mortale che ha sempre creduto, e di essere legata da un ciclo di reincarnazioni irrisolto al demone scomparso.
Lo ritroveranno?
La risposta è solo qui.
Che la Dea vi benedica

venerdì 20 maggio 2016

Le mie donne #7: Lilly

"Un'anziana signora bipolare che sembra sapere molte cose, una villa isolata nel bosco, una profezia ermetica..." - dal blog "Sognando tra le righe"


Care consorelle e confratelli,
in un universo fatto di streghe, stregoni e demoni, sembra paradossale che il mio personaggio più inquietante possa essere un’anziana signora costretta su una sedia a rotelle. Niente potrebbe apparire più dolce e innocuo, in casi come questi, ma la strana donna che la protagonista, Selene, si ritrova ad assistere non è altri che l’ex concubina del Diavolo e uno dei suoi sei figli gemelli è destinato a concepire proprio con Selene il bambino che distruggerà il mondo (a meno che la nostra eroina non si riveli una figlia della Dea). Ma cos’ha di inquietante, di preciso? Intanto incontriamola per la prima volta, poi vi spiego meglio...

Una casa di bambola, rivelava una prima occhiata. Una bambola, che muoveva le ruote con i palmi avanti e indietro quasi fosse una bambina in procinto di scartare il nuovo giocattolo.
Un salone impreziosito da mobili rustici, solidi e austeri, ricoperti di manufatti all’uncinetto, trine e merletti, colori e profumi.
Una donna dai capelli grigi, polverosa di cipria, insanguinata di rossetto, ma ricoperta di giovanile pizzo come una porcellana gotica.
Selene sentì la porta richiudersi alle sue spalle e scorse con lo sguardo “il maggiordomo” mentre la superava. «Scherzavo, è il mio bambino.» Lilly. E l’altro che andava a raggiungere la madre, chiudendo i palmi sui manici.
«Buonasera, signora» azzardò imbarazzata, «ci siamo sentite oggi al telefono e...»
«Devi chiamarmi Lilly» cantilenò l’altra, facendo perno sulle ruote con mani rivestite da deliziosi guantini di pizzo nero, per sporgersi in avanti. Il taglio degli occhi era identico a quello del figlio, ma il colore sfumava dal nocciola all’oro. Dimostrava più di sessantasei anni. Forse a causa delle sofferenze subite. «Non è carino?»
Il figlio o il nome?
Il pensiero le causò suo malgrado uno sbuffo di sorriso e vide Lilly rilassarsi, nell’adagiarsi contro lo schienale.
«Sì, in effetti è un nome molto carino» ribatté.
«Ma io intendevo il mio bambino» la spiazzò. «Se non ti piace lui, non ti piacciono nemmeno gli altri.»
Il figlio le rivolse un’espressione e un gesto di scusa mista a rassegnazione, mentre Lilly scivolava sotto un arco in mattoni vivi.
«Se lei potesse...» Ma si rimangiò la richiesta di delucidazioni in merito al colloquio, per non risultare sgarbata nell’apparire di fretta. Che poi fretta non aveva. «Ha...» E non doveva darle del lei! «Hai una casa davvero bella, Lilly» si corresse, divagando. Avrebbe pensato Lilly stessa, a intavolare il discorso.
«Ma...» replicò la donna, dirigendosi in un’altra stanza, «poi devi pulirla tutta.» Detto fatto. «Andiamo! Te la faccio vedere.»
Selene la seguì, chiedendosi come mai desse per scontato che avrebbe scelto lei. «Avrei portato questo» disse, rovistando nella borsa alla ricerca del curriculum. «Credo che potrebbe servire.»
Lilly frenò nel corridoio e si voltò di tre quarti per osservare il documento che le stava porgendo. Poi fece schioccare la lingua sul palato, seriosa, il mento rialzato, e tornò con lo sguardo in avanti. «Non mi serve.»
Forse le rotelle con cui procedeva se le era tolte dalla testa.

Ecco, la simpatica signora, oltre a essere quanto sappiamo grazie ai paragrafi dal punto di vista del protagonista (punto di vista non conosciuto per il momento da Selene), è tutt’altro che un tipino facile, nonostante le sue condizioni: beve, fuma, bestemmia ed è di un’arroganza e di un egocentrismo spropositato. Ma... ma... e se questo derivasse da un mancato ascolto del Richiamo ricevuto a suo tempo, più che dalla situazione generale? Perché – forse – l’aspetto davvero inquietante della caratterizzazione è il convivere di due parti spezzate all’interno di un’unica personalità (tema che ritroviamo anche nella doppiezza della natura del figlio, per metà umana e per metà demoniaca). Solo che in Lilly la faccenda si fa più patologica che sovrannaturale...

Il sorriso divertito di Lilly risultava morboso e le fece affiorare il rossore alle guance; la inviperì quando la vide girare sulle ruote e darle le spalle per continuare a sghignazzare; poi, per l’imbarazzo e la rabbia, prese a raccogliere i medicinali prima di riprovare a sollevarla, esternando a voce alta: «Sei sbronza, hai sonno, ti muovi a stento da sola, domani non ricorderai nemmeno di avermi fatto questa domanda.»
Ma il silenzio di Lilly nei lunghi secondi impiegati nel cercare di selezionare pasticche e pomate, con mosse troppo nervose perché fossero pure rapide ed efficaci, la insospettì. Forse si era addormentata seduta, tutta storta.
Così si voltò e la vide gesticolare da sola, rivolta di lato, sempre di spalle. Muoveva le labbra, come se parlasse sotto voce con qualcuno seduto al suo fianco, ma non uscì niente dalla sua bocca, finché non si voltò dall’altro lato e mormorò: «Ha detto anche a te che non sa cos’è successo?» Tornò sull’altro lato e annuì. Di nuovo dall’altro: «Ma ti sta bene questa cosa?» Scosse il capo sull’altro lato.
Quell’immagine inquietò Selene, e il turbamento la spinse a volgersi al contingente. Si piegò su di lei per rigirarla, frenarla e stenderla sul letto. «Lo vedi che stai già dormendo? Andiamo!»
Era un peso morto, pareva tetraplegica invece che paraplegica, e fu difficile sollevarla e addirizzarla per bene senza che non s’inclinasse prima da un lato e poi dall’altro.
«Ma una visitina dalla psichiatra... mai?» Tanto l’indomani non se lo sarebbe ricordato e comunque lei aveva tutto il diritto di insinuare quanto stava insinuando.
«Mi hanno detto di andarci una volta ogni sei mesi per la pasticca per dormire» mugugnò fra uno sbadiglio e un altro.
«E basta?» Non andava bene. Per niente. Ma le tornavano a mente solo i soliti dottori che chiudevano gli occhi. In fondo, cosa si recuperava? Per cosa la si stressava? «Tanto dormi anche da sola.»
«Io non posso dirti nulla.» Lo sguardo si era spalancato. Improvvisamente sveglio. «Però devi stare attenta.»
Selene scosse il capo. «A cosa?»
«Dici che non ci credi, a queste cose, ma ci devi credere!» La testa si sollevò un istante dal guanciale, quasi a dare risalto all’affermazione; poi si voltò di lato: «Che dici? Devi star zitta!»
«Con chi chiacchieri?» tentò.
«Con la donnina del pensiero.» La risposta le risultò meno criptica di quanto poteva apparire. Altro che bipolare... nemmeno borderline. Quello era un principio di schizofrenia da manuale. «Mi è rimasto un pezzettino buono che ogni tanto si fa sentire.» Quella parte suonò più misteriosa, ma la spinse con un risolino a ripensare all’incontro sulle scale con Asmodeo, a quel qualcosa di piccolissimo nel profondo del cervello che le ripeteva che la faccenda non quadrava, nel resto della mente che le gridava che era tutto a posto.

E, considerata la razionalità di Selene, sarà difficile che queste ‘spie’ vengano ricomposte subito al puzzle di Nergal che noi meglio conosciamo... ma in ogni caso potrete leggere qui come andrà a finire.
Che la Dea vi benedica

giovedì 12 maggio 2016

Le mie donne #6: Selene

"Il personaggio di Selene non è misterioso, ma anzi, divertente e spontaneo. Il libro è visto dal suo punto di vista e ne sono rimasta affascinata, non tanto per chissà quale dote, ma perchè l’autrice è riuscita a creare un personaggio normale, senza uscire dagli schemi, nonostante il genere del libro. Anonima Strega è stata capace di catturare l’ironia, la simpatia e le perplessità di Selene, come se Selene fosse chiunque persona legga il suo libro" - dal blog "The Reading's Love"


Care consorelle e confratelli,
se le caparbie, battagliere e ironiche Dunia e Iris rispettivamente di “Le spose della notte” e “Spettabile Demone” si distinguono per lo scetticismo umano della seconda rispetto all’essere strega della prima, con Selene di “Il diavolo e la strega” raggiungiamo l’estremo di questa scala. Non solo la protagonista di quest’ultimo romanzo è cinica e diffidente, ma pure atea convinta. Niente di più pericoloso per chi sta per entrare a lavorare nella casa della concubina del Diavolo e dei suoi sei figli gemelli; tuttavia abbiamo di fronte una persona disincantata, che vive nel mondo di oggi, con gli occhi bene aperti e libera da qualsiasi pensiero zuccheroso e irrazionale.
Incontriamola così come la incontra il lettore all’inizio del primo capitolo:

La strada si era inerpicata sul monte, lasciando diradare i rumori e i bagliori del traffico. Un percorso oscuro e desolato, quello che l’aveva sputata dall’entroterra verso il tramonto, per immergerla – fra curve, salite e discese – in tante tonalità di verde sempre più scuro, chiome e tronchi che si facevano sagome buie e indistinte, mentre la linea fra il cielo e la terra veniva infine fagocitata dal nero.
Tenebre, freddo, una spessa nebbia che calava densa come bava di nubi.
Lo sguardo in avanti, a tratti sbirciava la sua immagine riflessa nello specchietto retrovisore. Anonima, si vedeva. I tratti regolari, gli occhi e i capelli castani, la corporatura media. Troppo ordinaria per combinare qualcosa di buono, di diverso.
Licenziata in tronco. Per incarichi extra. Da idiota, di quei tempi, perdere un lavoro che non conosceva crisi. Alla cooperativa non mancavano utenti. Avrebbe potuto evitare di assistere anziani e malati che fuori orario le allungavano banconote in più per prolungare il servizio. Già le stavano col fiato sul collo perché le era scappata qualche parolaccia di fronte a utenti baciapile. Non era il caso di tirare la corda per un optional.
Adesso non le rimaneva che quello.
Ma avrebbe dovuto cercarsi un’unica mano che di banconote ne allungava parecchie.

La scala potrebbe capovolgersi nel momento in cui quella che stiamo considerando una comune mortale si rivelasse in realtà una strega, una figlia della Dea, o Femmina Innominabile, come la chiamano i sottoposti del Demonio che stanno indagando sulle sua facoltà.
Chi ha letto la mia precedente trilogia sulle streghe, per quanto scollegata da questa storia autoconclusiva, ricorderà che, nel mio universo magico, una strega sa benissimo di esserlo e vive perlopiù in Congreghe organizzate per aree del mondo dei comuni mortali, che non credono nella loro esistenza. Ma, se una famiglia abiurasse per motivi simili a quelli di qualcuno incontrato in uno dei miei romanzi (non vi rivelo ovviamente qui di chi si tratta), si ritroverebbe a crescere dei figli ignari, che però hanno in sé la magia.
Questo è quanto deve scoprire il protagonista maschile all’insaputa di Selene. Nergal si differenzia dai gemelli sia fisicamente sia caratterialmente, in quanto ha ereditato dalla madre una cospicua parte di umanità che lo contrappone al demoniaco padre. Padre che ha in programma la genesi di colui che distruggerà il mondo, ignaro del fatto che una frangia demoniaca ha incaricato il figlio di studiare la nuova badante della madre, per comprendere se si tratta della comune mortale designata dal piano infernale o se potrebbe essere in grano di ascoltare il Richiamo della Dea e generare così (con Nergal o con uno degli altri cinque figli, dipenderà dalla sua scelta) la bambina che riporterà l’equilibrio fra luce e tenebre.
Per questo Selene si trova catapultata in strani sogni pilotati dalle malie di Nergal o avverte strane presenze attorno a sé che non riesce a spiegarsi, data la sua razionalità. Quindi “Aiutati, che la Dea ti aiuta...”

Il negozio non era grande. Una piccola libreria indipendente, però ben fornita. I clienti si aggiravano in silenzio fra uno scaffale e un altro, discreti, e non c’era il caos delle grandi catene.
Selene non sapeva nemmeno cosa prendersi. Un romanzo? Un saggio? Una raccolta?
Si voltò verso il ripiano alla sua sinistra, e d’istinto accomodò dal fondo una fila che pareva sul punto di scivolare; ma, non fece in tempo ad assestarla, che, per il contraccolpo e l’eccessiva pressione, il primo della sfilza si ribaltò in orizzontale.
Lo alzò, per la curiosità di vedere di cosa trattasse.
“Principi di stregoneria.”
A un primo impatto rise. Non si era accorta che il ripiano fosse dedicato alle tematiche esoteriche; maneggiandolo, il libro appariva molto vecchio, sicuramente di seconda mano, e il solo soppesarlo lo portava ad aprirsi a pezzi, su pagine logore e consunte dal tempo e dall’usura.
Ma le passò la voglia di ridere, quando si trovò davanti agli occhi l’immagine di una pietra identica a quella che aveva rinvenuto sotto il materasso.
E il titolo della scheda a lato: “Per favorire il contatto con il mondo onirico.”
Selene deglutì e si guardò intorno, quasi che qualcuno avesse potuto leggerle nella testa e trovare il guazzabuglio di pensieri in cui si trovava annodata.
Si voltò di lato, cercando di coprire il più possibile la copertina con i palmi quando una cliente le passeggiò a fianco contemplando le costole dei titoli sullo scaffale, e prese a leggere la scheda: “La selenite, legata all’energia lunare, favorisce il contatto con il mondo onirico, l’inconscio, la parte sognatrice, in particolare nelle donne, e con maggiore intensità durante il ciclo mestruale.” Selene sentì un tuffo al cuore, ma continuò a leggere. “Unita all’artemisia, legata anch’essa all’ambito lunare, e posizionata sotto il cuscino in un sacchetto di lino bianco cucito a mano, agisce sul piano onirico aiutando a ricordare i sogni rivelatori.” I sogni rivelatori. Cosa le stava dicendo, quel libro, che le scene viste in sogno erano avvenute davvero da qualche parte intorno a lei? Che Lilly e i suoi figli avevano detto e fatto quelle cose? Che Nergal lavorava per un tizio inconsistente dalle sembianze di alone nero?
Scosse il capo. Impossibile. Però l’idea che quella pietra e quel sacchetto fossero state posizionate sotto la sua testa da qualcuno non l’abbandonava, anche perché il sacchetto e la pietra erano reali, li aveva toccati con mano, e aveva avvertito provenire da quegli oggetti un’energia particolare.
A cui non credeva. A cui non voleva credere.
Ma si ritrovò tuttavia con il libro in mano, i piedi che si muovevano da soli verso la cassa, e la voglia di sfogliarlo tutto, per avere altre spiegazioni.
«Le faccio lo sconto del cinquanta per cento perché non è in buone condizioni.»
Annuì trasognata alla commessa, e si ripromise di sfogliarlo quella sera prima di coricarsi, scetticismo o meno.

Questo è solo un piccolo pezzo del puzzle che piomba sul capo di Selene da un giorno a un altro, e in tutto questo lei deve spiegarsi anche quanto prova per lo strano figlio della sua assistita che pare rifuggirla più degli altri per qualche oscuro motivo.
Ecco che in conclusione la domanda che potrebbe porsi Selene è la stessa che si pone Nergal... La Dea dell’amore e dei desideri salverebbe la progenie del Demonio, se si arrendesse a un potere più grande di lui?
Che la Dea li benedica entrambi

venerdì 6 maggio 2016

Le mie donne #5: Iris

"Pur essendo razionale e diffidente, Iris è anche molto curiosa ed è il tipo che preferisce fronteggiare i rimorsi piuttosto che i rimpianti…" - dal blog "Il flauto di Pan"


Care consorelle e confratelli,
oggi abbandono le Spose, nonché il nuovo arrivato "Il diavolo e la strega", e vi parlo della protagonista di “Spettabile Demone”, Iris, una giovane che non ha niente a che vedere con maghi, congreghe o stregoneria, ma avrà comunque a che fare con esseri sovrannaturali e un tipo di magia che rasenta gli effetti speciali.
A un primo approccio, potrebbe apparire caparbia e battagliera come Dunia, la strega protagonista delle Spose della notte, con cui condivide anche l’ironia; ma, se nel caso di Dunia si tratta di un’ironia al limite col sarcasmo e spesso tagliente, quella di Iris è puramente canzonatoria. Difatti, l’essere una comune mortale non è l’unico tratto che la differenzia dalla strega: Iris è scettica, non crede nel soprannaturale, ma solo nella logica, e ogni occasione è buona per prendere in giro i ‘presunti demoni.’ Tanto che, sin dall’inizio, all’ingaggio proposto da Damien (demone piovuto dal tetto sul suo balcone), ovvero tre milioni di euro in cambio di un misterioso lavoro correlato a un altrettanto misterioso ‘capo’, reagisce così:

«Ti assicuro che avrai tutti i soldi.»
«Se vuole gli faccio pubblicare un annuncio sul giornale» replicò Iris. Si sentiva quasi divertita. Come pensava che potesse credergli? «Oppure potrebbe rivolgersi alle agenzie interinali.»
«Non è così semplice» rispose lui.
«Chi l’avrebbe mai detto?» replicò lei. «Strano che non accalappiate i creduloni col telefono, è più comodo del free climbing.»

Mentre lui la vede 'cosà' :)

Gli occhi neri contrastavano con le onde d’oro che le incorniciavano il viso e gli rimandavano uno sguardo fiero, più che impaurito. I lineamenti sembravano quelli di una bambola antica e collidevano con la forza sprigionata dai movimenti e dal tono della voce.

Ma forse, nonostante Iris abbia pensato tutto il contrario di fronte alla sua ‘accoglienza’, è più interessante scoprire cosa ne pensa il ‘misterioso capo’:

Bastian cominciava ad avvertire la fame, ma non aveva voglia di uscire dallo studio per andare in cucina da Zaccaria. A dire la verità non aveva voglia di vedere nessuno di loro, soprattutto Damien.
Si era prodigato per decenni, secoli, per riportarlo sulla retta via, e ora rischiava di mandare a monte ogni progetto di redenzione a causa della sua scelta più che discutibile: la ragazza era troppo bella, troppo energica, e avrebbe creato grossi problemi. Non contava il poterle cancellare la memoria a compito svolto, non contava controllare ogni passo del piano senza perdere di vista le mosse dei compagni, di Damien soprattutto; si trattava di impulsi che lei avrebbe potuto scatenare, rendere gli equilibri pericolanti, dentro e fuori di loro.
Sbuffò e si alzò dalla scrivania, scompigliandosi i capelli. La vetrata gli rimandava l’immagine della campagna deserta e assolata di un pomeriggio d’estate, forse pensierosa, come lui.
Non aveva idea di cosa stesse accadendo di là, se la ragazza avesse mangiato, se si fosse acquietata, se l’avessero condotta di sopra nelle sue stanze. Immaginava che presto qualcuno degli altri sarebbe andato a chiedergli chiarimenti su come muoversi. E a dire il vero lui non aveva un’idea ben precisa. Li aveva avvertiti che l’avrebbe convocata dopo pranzo, e invece, una volta ridisceso nello studio, non l’aveva fatto. Non solo perché non aveva mangiato.
Lanciò un’occhiata di straforo alla busta di plastica che aveva lanciato sul ripiano e valutò che, sì, in effetti lo aveva immaginato, altrimenti non si sarebbe premunito, ma non era orgoglio, non era rancore quello che lo aveva fatto imbestialire di fronte alla sconfitta al momento delle votazioni. Era il sentirsi disarmato, impreparato, essendosi ormai assuefatto all’idea che Damien aveva dato loro di Iris: un’innocua poverella grigia e informe. Razza di bugiardo!

I nostri eroi riescono a convincerla che svolgere per loro questo lavoro FORSE sarà davvero conveniente, ovvio, altrimenti il romanzo non ci sarebbe... ma lo sarà? Il piano dei demoni funzionerà? Potrete scoprirlo qui.
Che la Dea la benedica

venerdì 29 aprile 2016

Le mie donne #4: Sibilla

"Vecchie conoscenze si esprimono a tuttotondo, confermando la loro indole o a sorpresa manifestando atteggiamenti inaspettati" - dal blog "Sognando tra le righe"


Care consorelle e confratelli,
la Grande Madre della Congrega dell’area del Consiglio appare inizialmente come un personaggio molto marginale della trilogia delle Spose della notte. Assente nel primo volume, compare per la prima volta nel secondo, solo nella scena del processo, presieduto da lei stessa, ma incombe invisibile sul resto della narrazione, col risuonare di un monito sulla positività della magia bianca che - si spera - potrebbe rivelarsi salvifico in merito alle sorti della protagonista. “Si spera”, perché, nonostante si tratti di un personaggio femminile, anziano (“Una donna robusta dai capelli corti brizzolati, che indossava un innocuo tailleur beige abbinato a un’ancor più ordinaria camicetta a fiori”), legato al credo delle tre protagoniste, si mostra ambigua, melliflua, e le sue intenzioni non sono certo più chiare di quelle di Jeremiah.

«Si alzi la Grande Madre Titania» proseguì la Grande Madre della Corte e del Consiglio.
Titania raccolse la veste nera con le mani, e alzò il mento fiera e pronta ad accogliere quanto deciso dall’Alto Consiglio.
Ma il martello si abbatté su quanto previsto.
«Il Consiglio ha decretato che l’imputata ha ucciso per legittima difesa» proclamò Sibilla, «dunque non sono previste pene.»
Nessuno ribatté, tranne Titania, che rimase immobile. In piedi. «Non capisco» esclamò lei, titubante. «Sabisto non ha fatto niente ed è condannato a morte. Io ho ucciso un uomo e non dovrò scontare alcuna pena.»
«Le dispiace?» chiese graffiante Sibilla. «Mi pare che la Giuria popolare non stia borbottando, e siamo tutti concordi nel ritenere che non abbia fatto niente se non difendere la propria persona.»
Ah, dunque la Giuria popolare avrebbe dovuto solo borbottare per mostrare dissenso? In caso contrario veniva preso per buono quanto detto dal Consiglio? Era tutto così surreale...
«Neanche Sabisto, fuggendo, viste le pene» ribatté Titania. «E poi io ho vendicato Oliver, non ho difeso me stessa.»
«Il Magus della Cabala che lei ha ucciso è nato traditore e traditore è morto» replicò Sibilla, socchiudendo gli occhi. «Prima ha fatto parte della vostra Congrega, poi vi ha abbandonate per seguire la setta di Elias, infine vi ha raggirate facendovi credere di essere dalla vostra parte e di volervi difendere dai piani di Elias. Non ultimo ha ucciso il Gran Maestro della Loggia Oliver e subito dopo si sarebbe avventato su di lei.»
«Oliver...» Titania ridacchiò, amara, e Dunia si chiese come si stesse sentendo in quel momento. «Lo avreste comunque ucciso voi.»
«Si sbaglia.» Sibilla la frenò con un gesto dell’indice. «La sentenza di morte per Sabisto è giunta solo in seguito alla sua fuga.»
«Trovo ingiusto che per Sabisto ci sia la morte ed Elias continui a vivere in quella caverna» osservò Titania.
«Anche Elias vi ha raggirate, certo. Elias era il capo della setta. Elias e Ramòn hanno ucciso tutti i vostri compagni e compagne della Congrega. Elias avrebbe potuto pagare da subito con la morte. Ma abbiamo ritenuto che una pena da scontare in eterno, da solo, nella caverna, sia ancora più esemplare.» Sibilla prese fiato. «Per tutta la comunità!»
E il martello sbatté un’altra volta, per decretare la fine di Elias.

Sibilla non cambia atteggiamento per quasi tutta la durata del terzo volume, dove conquista uno spazio ben più corposo dei precedenti. Sempre mielosa, sempre accomodante, trasmette a pelle una sorta di antipatia correlata a una sua presunta falsità. Sarà solo un’impressione delle nostre eroine? Scopriamo come la vede Elias privato della memoria...

Sibilla tornò al suo posto e aprì il libro alla pagina di cui stavano parlando, così Elias si soffermò ad ascoltare la voce squillante e nasale della donna, chiedendosi se si poteva fidare più di lei o di Timoteo. In Timoteo c’era qualcosa di ambiguo. Aveva l’aria dell’opportunista. Quella strega invece non gli stava del tutto simpatica, ma sembrava quello che era, niente più.
(…)
«Lei è Grande Madre, vero?» chiese.
«Per il momento sì» rispose Sibilla. «Avevamo alcuni piani di successione che sono saltati, così vedremo il da farsi.» La notò sospettosa. «Perché?»
«Lo studio serrato mi spinge a interessarmi di tutto, dunque anche ai fondamenti degli altri credi.» Sibilla s’incupì e aggrottò le sopracciglia. Elias non capiva cosa ci fosse di male nel suo discorso. Timoteo non aveva reagito così. «Sicuramente la Congrega, per il fatto che sono un uomo, è il credo che mi risulta più lontano... per il mistero che si cela nel principio femminile, espresso a chiare lettere anche nella vostra preghiera principale. Però mi incuriosisce e mi piacerebbe saperne di più.» Come poteva chiederle in che modo quelle preghiere gli si insinuavano nella mente? Come poteva indagare affinché lei non credesse che stava ponendo domande sul suo passato, se lui stesso non conosceva il suo passato? «Avete qualche pratica legata ai sogni, come noi della Cabala?» Sibilla volse lo sguardo, e non gli piacque. «Intendo... sogni pilotati, comunicazioni oniriche fra persone quasi fossero eventi reali.»
«Perché me lo domandi?»
E perché tu mi chiedi perché te lo domando?
«Puro e semplice interesse esoterico.»
«Riteniamo che per il momento tu non debba approfondire altri credi. A questo stadio del recupero è preferibile focalizzarsi su quello di appartenenza. Poi sarai libero di studiare e scegliere ciò che vorrai.»
Sembrava una risposta imparata a memoria.
«Ritenete...» mormorò, acre. «O è Jeremiah, che lo ritiene?»
Sibilla alzò di scatto lo sguardo su di lui. Doveva stare attento a quello che diceva. Era probabile che sia lei sia Timoteo riportassero a Jeremiah ogni stralcio di conversazione. Anche se non era detto che fossero d’accordo con lui su tutto, dato il comportamento di Timoteo... Forse avrebbe dovuto sondare il terreno con gli insegnanti minori, anche se non lo soddisfacevano del tutto a livello magico. Era come se avvertisse una sorta di inferiorità, da parte loro, come se sentisse di essere già più potente di qualsiasi persona avesse intorno, fatta eccezione per alcuni alti membri del Consiglio, quali appunto Sibilla, Timoteo e Jeremiah. Non sapeva di preciso perché e in che modo, né era certo che i suoi poteri fossero davvero pari o inferiori a quelli di loro tre, anzi, era probabile fosse stato sul serio prima imprigionato e poi inserito nel programma di recupero proprio perché in lui c’era qualcosa che sfuggiva al loro controllo. Ma era certo che, se qualcuno avesse potuto delucidarlo sull’argomento, non si sarebbe trattato dei miseri insegnanti che il Consiglio gli metteva a disposizione.
Sibilla non aveva ancora risposto, e continuava a osservarlo, attenta. Poi la donna si concentrò di nuovo sul testo che aveva aperto davanti, ed esclamò. «Io, Jeremiah e Timoteo siamo i più alti membri del Consiglio, e prendiamo sempre le decisioni di comune accordo.» Poi picchiettò il palmo della mano sulla pagina e, sfoggiando un’aria indifferente, lo sorprese: «Non pensare di non poter afferrare i misteri della Congrega solo perché sei un uomo. Se conosci la nostra preghiera principale, come la chiami tu, conoscerai anche la frase finale, e dunque potrai capire che non è una questione di generalità, ma di individuo, di coscienza, di ciò che hai dentro di te.»
Elias sbuffò un sorriso, e quella volta fu lui a distogliere lo sguardo. «È ridicolo dirlo a chi dentro non ha più niente.»
«Ti sbagli» riprese Sibilla, qualcosa di materno, nel tono della voce. «Tu hai ancora ogni cognizione pratica e teorica che ti permetterà di vivere. Non forzare la tua mente, non forzare i ricordi, non fare domande inopportune. Ferma qui la tua curiosità. Ricorda sempre che tutto questo è per il tuo bene.»
Elias annuì fra sé e sé. «Grazie» le disse.

Senza rivelarvi se in positivo o in negativo, vi anticipo che Sibilla sarà decisiva per la soluzione dell’intero intreccio, e nel finale avrà un ruolo determinante.
Che la Dea la benedica